p 219 . L'eclissi  economica dell'Italia.
     
Uno  dei  paesi  maggiormente danneggiati dalla  crisi  del  tempo  fu
certamente l'Italia, la cui economia era stata fino a quel momento una
delle pi fiorenti in Europa.
     Particolarmente  significativi sono i dati  relativi  al  settore
tessile, il pi
     
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     importante dell'epoca. La produzione dei panni di lana,  infatti,
gi  in  calo  tra la fine del Cinquecento e gli inizi  del  Seicento,
croll definitivamente nei decenni seguenti: Firenze, che nel Medioevo
era  stata una delle capitali europee della manifattura laniera e  che
nella met del Cinquecento produceva 30.000 pezze all'anno, si ridusse
a  fabbricarne,  verso  la  met  del Seicento,  soltanto  6.000,  una
quantit nettamente inferiore alle 100.000 contemporaneamente prodotte
dal  grande centro olandese di Leyda. Altre citt laniere come Milano,
Venezia e Como, subirono lo stesso processo involutivo. Anche la  seta
conobbe,  sia pure in misura minore, il medesimo declino; in  compenso
si  svilupp l'allevamento del baco da seta, per la produzione di seta
greggia e di filati di seta, la cui esportazione divent una delle pi
importanti fonti di reddito.
     Insieme  alla destrutturazione delle manifatture italiane diminu
drasticamente l'attivit commerciale di grandi porti, come  Venezia  e
Genova. Il gi fiorente impero economico veneziano si ridimension  al
punto da disincentivare progressivamente l'attivit cantieristica.
     Diversi  furono  i  fattori alla base dell'eclissi  produttiva  e
commerciale dell'Italia. Se in passato la critica storica  tendeva  ad
attribuire  la  gran  parte  delle responsabilit  allo  sviluppo  dei
commerci  atlantici  ed  al  fiscalismo  spagnolo,  oggi  si  tende  a
ridimensionarne  la  portata.  Per  tutto  il  Cinquecento,  mentre  i
portoghesi  trasportavano incessantemente spezie  preziose  dall'Asia,
l'economia italiana seppe infatti resistere e reagire; e il fiscalismo
spagnolo,  che  riguardava soltanto il meridione  e  Milano,  non  era
giunto ad influenzare Venezia. Vi fu piuttosto, da parte italiana, una
risposta inefficace alla crisi generale, un'incapacit di allargare  i
mercati  interni e di attrezzarsi, a partire dal settore un tempo  pi
vitale,  quello  tessile,  per  sostenere  la  concorrenza  dei  paesi
dell'Europa  nord-occidentale. Determinante fu  l'attaccamento  ad  un
sistema economico di tipo tradizionale, legato ancora a rigide  regole
corporative,  che  ostacolavano  sia  il  ricorso  alla  meno  costosa
manodopera   rurale   sia  l'introduzione  di   innovazioni,   mirando
soprattutto  alla produzione di tessuti di qualit elevata,  destinati
soltanto  ad  un'lite.  Per  questo,  fra  gli  ultimi  decenni   del
Cinquecento  e  la  met  del  Seicento, il  traffico  mercantile  del
Mediterraneo,  tutt'altro che spento, fin nelle mani di  olandesi  ed
inglesi. I nuovi dominatori del commercio mondiale, dediti un tempo al
trasporto  di  legnami  e prodotti minerari, cominciarono  ad  imporre
all'interno  dell'impero turco, con grande meraviglia di fiorentini  e
veneziani,  i  loro panni di lana, pi scadenti, ma  a  buon  mercato.
Livorno,  in seguito alla istituzione del porto franco che  consentiva
il deposito gratuito delle merci in transito, si svilupp notevolmente
grazie  a  questi  nuovi  traffici, che  stavano  decretando  la  fine
dell'Italia come potenza economica.
     Da  allora, per almeno due secoli, l'Italia si trasform da paese
produttore ed esportatore di manufatti a paese esportatore di  materie
prime  e semilavorati, come la seta grezza e i filati di seta; la  sua
economia  venne  quindi  a dipendere dalle richieste  delle  industrie
straniere,   dalle  quali  cominci  ad  importare  prodotti   finiti,
imboccando la via di un certo sottosviluppo economico.
     I  capitali  sottratti al commercio ed alla manifattura  finirono
in  acquisti fondiari ed in titoli di stato. La cosiddetta "corsa alla
terra"  non  era  certamente  un  fenomeno  nuovo,  in  quanto   aveva
caratterizzato   anche  la  societ  medievale,  che  ricorreva,   per
sicurezza, all'articolazione di varie attivit.
     
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     Questa volta, tuttavia, l'investimento fondiario non era pi  una
fonte  di  garanzia  per il commercio, ma diventava  il  cuore  stesso
dell'attivit  imprenditoriale; in tal senso la civilt italiana,  che
era  stata una viva civilt urbana, perdeva mordente e si ruralizzava.
Questa  decisa riconversione terriera venne legittimata  dai  principi
italiani  con  numerose  concessioni  di  feudi,  che  allargarono   a
dismisura  il  ruolo  ed  il  numero della  nobilt.  Il  processo  di
rifeudalizzazione   che  ne  segu,  comunque,  non   ricalc   quello
medievale,  che  poneva  nelle  mani di un  feudatario  percettore  di
rendite  ogni potere sui propri dipendenti. La nobilt che  si  veniva
costituendo era spesso il risultato della fusione fra aristocratici  e
mercanti,  e perci port nelle campagne, soprattutto l dove  vi  era
stata  una tradizione mercantile, come nell'Italia settentrionale,  un
certo  impegno  imprenditoriale ed una viva  attenzione  al  commercio
agrario.
